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Assedio di Gaza: Rompere l'indifferenza

L'articolo è stato pubblicato nel dossier sulla Palestina del Notiziario della Rete Radie Resch. Leggi l'intero dossier in linea.

A nove mesi dall'operazione israeliana Piombo Fuso, Gaza, ridotta a un cumulo di macerie, rimane ferma al 18 gennaio 2009, data del cessate il fuoco. L'estesa distruzione di questa piccola striscia di terra renderebbe la ricostruzione difficile e lunga anche in condizioni normali. Però a Gaza sotto assedio non ha avuto mai inizio. Non entrano i materiali di base necessari, come il cemento e l'acciaio.

Ma l'assedio, che dura da più di due anni, tocca ogni aspetto della vita, tocca ogni abitante di Gaza economicamente, fisicamente e psicologicamente, che peraltro, come in tutti i Territori palestinesi occupati, è soggetto da decenni alle pesanti imposizioni israeliane.

Con l'assunzione di potere da parte di Hamas a Gaza, nel giugno 2007, la Striscia viene dichiarata "territorio ostile" da Israele e si inaspriscono le sanzioni economiche e politiche già in atto sin dalla sua vittoria elettorale del febbraio 2006. Viene imposto un blocco quasi totale, con i confini chiusi alle importazioni ed esportazioni e alla circolazione, in entrata e in uscita, delle persone. Non c'è settore della vita economica e sociale che non sia fortemente colpito.

Durante un viaggio a Gaza con una delegazione di statunitensi, nello scorso mese di giugno, ho potuto sperimentare e conoscere, anche se solo in minima parte, i disagi e le numerose difficoltà quotidiane dei residenti della Striscia. La mancanza di corrente elettrica è la norma. La centrale di Gaza non riesce a far fronte alla domanda per mancanza di carburante, in quanto viene sistematicamente bloccato da Israele, come anche la corrente elettrica supplementare prodotta in Israele. Ci sono sia blackout programmati, che durano da 8 a 10 ore, sia quelli casuali.

All'ospedale Al Shifa ho visto avanzate apparecchiature del reparto di oncologia fuori uso per mancanza di pezzi di ricambio e una fila di macchine per la dialisi inutilizzate per indisponibilità dei necessari fluidi. Il sistema sanitario, che era già quasi al collasso, è stato sottoposto ad un ulteriore carico durante e dopo l'assalto a Gaza di Piombo Fuso, con più di 1.400 morti e 5.000 feriti. Ma è difficile ottenere un permesso per curarsi fuori, anche per i casi più urgenti. Ho conosciuto il direttore di un orfanotrofio che aveva già perso la vista ad un occhio, la stava perdendo anche all'altro, ma non è riuscito ad ottenere il permesso per andare in Egitto per un intervento oculistico.

Gli effetti dell'assedio sull'economia sono ben documentati nella relazione di PalTrade, "Gaza: Due anni sotto assedio" pubblicato sotto la supervisione della Banca Mondiale a luglio 2009. Le importazioni sono crollate al 25% del volume prima del blocco: solo per 35 tipi di beni (umanitari) è consentito l'ingresso a Gaza contro i 4.000 prima dell'assedio. Ma altrettanto dannoso all'economia è il quasi totale azzeramento delle esportazioni. In due anni di assedio sono usciti un numero di camion pari a quello che prima usciva mediamente in soli due giorni.

Senza poter importare materie prime, macchinari, pezzi di ricambio e altri prodotti di base, e allo stesso tempo non poter esportare i propri prodotti, il 95% degli impianti industriali sono stati condannati alla chiusura o sono stati distrutti. Secondo il Ministero del Lavoro, la disoccupazione nella Striscia di Gaza è arrivata al 74%. Come ci ha spiegato il Dr. Zeyada del Gaza Community Mental Health Programme, l'altissima disoccupazione danneggia le relazioni sociali e familiari. Nella società si è creata una dipendenza dagli aiuti.

Prima dell'assedio gli aiuti umanitari ammontavano al 3% delle importazioni; ora sono cresciuti al 26%. I figli vedono che i loro padri non sono in grado di provvedere alla famiglia e pertanto cominciano a cercare altri modelli che magari non sono i migliori. Inoltre lo stress prolungato dovuto all'assedio ha effetti sulle capacità creative e di iniziativa, che nei bambini porta a un netto declino nell'apprendimento scolastico, alla mancanza di concentrazione e a uno stato di insicurezza.

Infatti, studiare a Gaza non è facile. Per i 200.000 studenti nelle scuole dell'UNRWA, l'agenzia ONU per i rifugiati di Gaza, l'inizio dell'anno scolastico a settembre ha significato cominciare senza carta, libri, quaderni, inchiostro e computer, il tutto bloccato da Israele. Nonostante le enormi difficoltà, i ragazzi di Gaza si danno da fare, ma a volte non basta. Sharif, uno studente universitario nel suo secondo anno di business administration, ha i voti più alti della facoltà. Ha vinto una borsa di studio all'Università di Portland nell'Oregon. Però con l'assedio, non riesce ad ottenere il permesso per uscire. I professori non riescono a viaggiare per partecipare alle conferenze internazionali.

La libertà di movimento dei palestinesi è limitata anche dentro la Striscia stessa. Dopo il "ritiro" da Gaza nel 2005, Israele ha imposto una "buffer zone" lungo tutto il confine dove è vietata qualsiasi presenza. La "buffer zone" sottrae altra terra ai palestinesi, spesso quella più fertile. A maggio 2009 la zona è stata ulteriormente ampliata, da 300 metri e 2 km. Non è segnalata in nessun modo, se non con il lancio di volantini e gli spari delle pattuglie di confine. Secondo l´OCHA, nella buffer zone, dall'inizio dell'assedio, ci sono stati 33 civili uccisi e altri 61 feriti.

Le stesse restrizioni impediscono ai pescatori di allontanarsi dalla costa. Gli accordi di Oslo avevano stabilito la distanze in 20 miglia nautiche, che Israele ha poi unilateralmente ridotto a 12 nel 2002, a 6 nel 2006 e a 3 nel 2009. Il suono degli spari delle navi israeliane rompe sistematicamente il silenzio della notte, sparando sulle barche dei pescatori che si avventurano lontano dalla costa quanto basta per poter pescare.

Con l'assedio si è creato un mercato nero e nuovi posti di lavoro, anche se molto pericolosi, con i tunnel sotto il confine con l'Egitto. Qui passa di tutto, dal carburante al bestiame, alle persone. In un centro che crea opportunità di lavoro per donne, il filo usato per i ricami tradizionali passa per i tunnel. In un altro centro per ragazzi, i corsi di informatica si svolgono su 6 computer introdotti attraverso I tunnel. E anche se i tunnel costituiscono una via alternativa per il commercio, è comunque poco affidabile, molto costosa e piena di pericoli per chi ci lavora. Secondo dati dell'OCHA, dal giugno 2007 sono morte, in incidenti nei tunnel, almeno 85 persone e altre 144 sono rimaste ferite.

La Commissione d'inchiesta dell'ONU, presieduta dal giudice Sud Africano Richard Goldstone e incaricata di indagare sull'Operazione Piombo Fuso, ritiene che non si poteva non prendere in considerazione "il contesto e le condizioni di vita prevalenti nel momento in cui è cominciata". I tunnel sono il risultato di "isolamento economico e politico imposto a Gaza da parte di Israele." La Commissione Goldstone ha chiesto al governo israeliano i criteri utilizzati per determinare cosa entra e cosa no, il perché del blocco o restrizioni sui trasferimenti bancari, le ragioni per cui imporre restrizioni all'uscita da Gaza, specialmente per urgenti motivi di salute, le ragioni delle politiche molto restrittive per l'ingresso a Gaza di organizzazioni umanitarie e dei diritti umani, e i fondamenti giuridici per la creazione di una zona limitata di pesca. Non c'è stata nessuna risposta.

Israele controlla cinque su sei valichi a Gaza, ma ci sono altri attori coinvolti nel blocco. Il centro legale israeliano sulla libertà di movimento, Gisha, ha studiato proprio l'unico valico non controllato direttamente da Israele in una relazione pubblicata a marzo 2009: Rafah - chi tiene le chiavi? Il valico di Rafah, al confine con l'Egitto, rappresenta per la gente di Gaza una porta verso il mondo. Però dall'inizio del blocco israeliano è rimasto quasi del tutto chiuso. Viene aperto sporadicamente e soddisfa solo il 3% della domanda. Il governo egiziano, che ha la possibilità di aprire il valico sotto il suo diretto controllo, non lo fa per vari motivi, tra cui le pressioni da parte di Israele e per evitare collegamenti fra Hamas e elementi di opposizione egiziani. Inoltre, la lotta per il potere fra Hamas e l'Autorità nazionale palestinese crea ulteriori ostacoli. L'ANP obietta all'apertura del valico se non sotto il controllo della Guardia presidenziale. Hamas, anche se è a favore dell'apertura, rifiuta questa presenza.

L'Unione Europea ha un ruolo di monitoraggio, previsto nel mandato dell'European Union Border Assistance Mission-Rafah, stabilito nell'accordo tra Israele e l'ANP del novembre 2005, per il Movimento e l´accesso a Gaza. Non ha l'autorità di aprire il valico, ma secondo Gisha, ha l'obbligo, per le convenzioni di Ginevra, di fare di tutto per evitare violazioni delle convenzioni stesse. Gli Stati Uniti, che hanno avuto un ruolo nel negoziato dell'accordo, hanno quindi scelto di essere coinvolti. E pertanto, hanno gli stessi obblighi come l'Unione Europea, di far rispettare il diritto di movimento. Invece, nell'indifferenza della comunità internazionale, il valico rimane chiuso. Come affermato dal giudice Goldstone, "Basti notare la mancanza di un'adeguata reazione al blocco e a quanto ne consegue, alle operazioni militari a Gaza e, nel periodo successivo, ai continui ostacoli alla ricostruzione."

In questi anni, in cui la comunità internazionale istituzionale si è limitata a qualche parola, ci sono state varie azioni dal basso per rompere l'assedio.

Ad oggi, Free Gaza ha organizzato otto viaggi a Gaza via mare, cinque dei quali sono riusciti ad arrivare nel porto di Gaza, trasportando 142 internazionali e 38 palestinesi insieme a diverse tonnellate di medicinali e giocattoli. Proprio in questi giorni è stato annunciato un prossimo viaggio organizzato da Free Gaza Irlanda, con la speranza di arrivare a Gaza prima dell'inverno.

Viva Palestine, guidata dal parlamentare britannico George Galloway, ha organizzato un primo convoglio di 110 camion e 300 volontari partiti dalla Gran Bretagna poco dopo l'assalto e un altro quest'estate partito dagli Stati Uniti. In tutto hanno portato aiuti umanitari per oltre un milione di euro.

Ora un convoglio congiunto USA/UK partirà dalla Gran Bretagna il 5 dicembre 2009 passando per Francia, Italia, Grecia, Turchia, Siria, Giordania e Egitto per arrivare a Gaza il 27 dicembre, primo anniversario dell'assalto.

Nello stesso periodo si svolgerà la Gaza Freedom March. Centinaia di attivisti provenienti da più di 20 paesi parteciperanno insieme al popolo di Gaza ad una grande manifestazione nonviolenta il 31 dicembre 2009. Lanciata negli Stati Uniti, la Gaza Freedom March mira a richiamare l'attenzione di tutto il mondo sull'illegalità dell'assedio e sulla crisi umanitaria in corso, chiedendo ad Israele e Egitto di aprire i confini.

Per la commissione Goldstone, "Quando la comunità internazionale non vive secondo le proprie norme giuridiche, la minaccia per lo Stato di diritto internazionale è evidente e potenzialmente di vasta portata nelle sue conseguenze".

Sta a noi agire dal basso, e con urgenza, visto che sta succedendo proprio questo.

Stephanie Westbrook

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Did someone tell you that U.S. military intervention in Iraq was over? Not true: we're at it again. This time the pretext to drop bombs is "curbing ISIS" (which was created by the U.S. in the first place, to overturn al-Malaki in Iraq and then Assad in Syria, and is now out of hand. Like what happened to "our" creature al Qaeda in Afghanistan). And the death toll continues to rise...
Write your senators and tell them: "Enough! U.S. out!! Iraq has shown it can curb ISIS by itself!"

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